
Un’agenzia interinale contattata, poi un’altra, poi una terza. Nessun candidato disponibile. È l’esperienza dell’ASP di Cividale del Friuli, che, come racconta un servizio di Tgr FVG, cerca due operatori socio-sanitari a tempo determinato e non riesce a trovarli. Non è un caso isolato: da Udine a Pordenone, da San Giorgio di Nogaro a Trieste, le case di riposo friulane segnalano la stessa difficoltà. La carenza di operatori socio sanitari è diventata una vera emergenza.
I dati riportati dal servizio parlano chiaro. Nelle 33 strutture pubbliche aderenti a Federsanità il fabbisogno stimato è di circa 200 operatori, e in alcune realtà ne mancano fino a 20. Non va meglio nel privato accreditato rappresentato da Uneba, dove la carenza si attesta intorno al 10%. Il presidente regionale Matteo Sabini parla ormai di un problema strutturale e si chiede come sarà possibile garantire agli ospiti, nei prossimi anni, la qualità assistenziale necessaria.
Le strutture reggono, in parte, grazie a una deroga della Regione. Come spiega la direttrice dell’ASP di San Giorgio di Nogaro, quando non si trovano operatori con titolo è possibile impiegare persone con due anni di esperienza o con un corso di competenze minime. Una soluzione utile, ma che dice molto sulla pressione a cui il sistema è sottoposto: senza questa possibilità, mantenere gli attuali standard sarebbe impossibile.
Dalle testimonianze emerge soprattutto una questione di condizioni di lavoro. Lo stipendio medio di un OSS si colloca tra i 1.400 e i 1.600 euro. Secondo la direttrice dell’ASP di Cividale, Nicoletta Tofani, questo divario non regge l’aumento del costo della vita, e il contratto collettivo, pur rinnovato più volte, resta lontano dalle medie europee.
A pesare ci sono poi i fattori che conosce bene chi lavora nel settore: un impegno fisicamente ed emotivamente gravoso, turni complessi, ospiti sempre più fragili e un riconoscimento sociale che non sempre rende giustizia al valore della professione. Alcuni di questi nodi, a partire da quello contrattuale, richiedono scelte politiche e di sistema che nessun ente di formazione può prendere da solo. Ma su altri fronti si può intervenire subito.
Il primo passo è aumentare il numero di persone qualificate. Il canale principale sono i corsi per Operatore Socio-Sanitario, affiancati da percorsi come Animatore Sociale e Tecnico Esperto nella Gestione di Servizi, che arricchiscono le competenze dell’équipe.
La deroga regionale offre anche uno spunto. Chi oggi lavora in struttura con due anni di esperienza o con una formazione minima può essere accompagnato verso la qualifica completa: la persona acquisisce competenze e riconoscimento, la struttura guadagna in qualità e stabilità.
Un aspetto da non sottovalutare riguarda i costi. Le imprese possono finanziare questi percorsi con i fondi interprofessionali, senza oneri aggiuntivi, rivolgendosi a un ente accreditato.
Il caso di Cividale, con tre agenzie contattate senza risultato, mostra che i canali tradizionali non sempre bastano. Serve un lavoro più mirato: bilancio di competenze, profilazione dei candidati, incrocio con le esigenze della struttura, anche grazie a misure come Garanzia Giovani e al programma GOL.
Un inserimento ben costruito aiuta poi a ridurre gli abbandoni nei primi mesi, un costo nascosto ma pesante per chi è già in difficoltà.
Quando mancano 10 o 20 operatori, il carico ricade su chi resta, e si rischia un circolo vizioso: più fatica, più uscite, ancora meno personale. Contrastarlo non è solo questione di retribuzione. Welfare aziendale, attenzione al clima organizzativo, formazione continua e sicurezza sul lavoro contribuiscono a far sentire gli operatori ascoltati e tutelati. Non sostituiscono un adeguamento salariale, ma fanno una differenza concreta nella vita di ogni giorno.
Il servizio di Tgr FVG racconta una realtà regionale, ma il quadro è condiviso da molte altre aree del Paese, Emilia-Romagna compresa. L’invecchiamento della popolazione, la crescita dei bisogni assistenziali e le difficoltà di reclutamento toccano tutti i territori. Per questo servono risposte condivise tra strutture, enti di formazione e servizi per il lavoro.
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