segretaria studio medico e struttura socio sanitaria
Segretaria di studio medico: cosa fa e quali competenze servono
25 Settembre 2026

Un’agenzia interinale contattata, poi un’altra, poi una terza. Nessun candidato disponibile. È l’esperienza dell’ASP di Cividale del Friuli, che, come racconta un servizio di Tgr FVG, cerca due operatori socio-sanitari a tempo determinato e non riesce a trovarli. Non è un caso isolato: da Udine a Pordenone, da San Giorgio di Nogaro a Trieste, le case di riposo friulane segnalano la stessa difficoltà. La carenza di operatori socio sanitari è diventata una vera emergenza.

I numeri di un’emergenza

I dati riportati dal servizio parlano chiaro. Nelle 33 strutture pubbliche aderenti a Federsanità il fabbisogno stimato è di circa 200 operatori, e in alcune realtà ne mancano fino a 20. Non va meglio nel privato accreditato rappresentato da Uneba, dove la carenza si attesta intorno al 10%. Il presidente regionale Matteo Sabini parla ormai di un problema strutturale e si chiede come sarà possibile garantire agli ospiti, nei prossimi anni, la qualità assistenziale necessaria.

Le strutture reggono, in parte, grazie a una deroga della Regione. Come spiega la direttrice dell’ASP di San Giorgio di Nogaro, quando non si trovano operatori con titolo è possibile impiegare persone con due anni di esperienza o con un corso di competenze minime. Una soluzione utile, ma che dice molto sulla pressione a cui il sistema è sottoposto: senza questa possibilità, mantenere gli attuali standard sarebbe impossibile.

Perché mancano gli OSS?

Dalle testimonianze emerge soprattutto una questione di condizioni di lavoro. Lo stipendio medio di un OSS si colloca tra i 1.400 e i 1.600 euro. Secondo la direttrice dell’ASP di Cividale, Nicoletta Tofani, questo divario non regge l’aumento del costo della vita, e il contratto collettivo, pur rinnovato più volte, resta lontano dalle medie europee.

A pesare ci sono poi i fattori che conosce bene chi lavora nel settore: un impegno fisicamente ed emotivamente gravoso, turni complessi, ospiti sempre più fragili e un riconoscimento sociale che non sempre rende giustizia al valore della professione. Alcuni di questi nodi, a partire da quello contrattuale, richiedono scelte politiche e di sistema che nessun ente di formazione può prendere da solo. Ma su altri fronti si può intervenire subito.

Tre leve su cui lavorare

1. Formare più operatori, e formarli bene

Il primo passo è aumentare il numero di persone qualificate. Il canale principale sono i corsi per Operatore Socio-Sanitario, affiancati da percorsi come Animatore Sociale e Tecnico Esperto nella Gestione di Servizi, che arricchiscono le competenze dell’équipe.

La deroga regionale offre anche uno spunto. Chi oggi lavora in struttura con due anni di esperienza o con una formazione minima può essere accompagnato verso la qualifica completa: la persona acquisisce competenze e riconoscimento, la struttura guadagna in qualità e stabilità.

Un aspetto da non sottovalutare riguarda i costi. Le imprese possono finanziare questi percorsi con i fondi interprofessionali, senza oneri aggiuntivi, rivolgendosi a un ente accreditato.

2. Far incontrare domanda e offerta

Il caso di Cividale, con tre agenzie contattate senza risultato, mostra che i canali tradizionali non sempre bastano. Serve un lavoro più mirato: bilancio di competenze, profilazione dei candidati, incrocio con le esigenze della struttura, anche grazie a misure come Garanzia Giovani e al programma GOL.

Un inserimento ben costruito aiuta poi a ridurre gli abbandoni nei primi mesi, un costo nascosto ma pesante per chi è già in difficoltà.

3. Trattenere chi c’è: il welfare aziendale

Quando mancano 10 o 20 operatori, il carico ricade su chi resta, e si rischia un circolo vizioso: più fatica, più uscite, ancora meno personale. Contrastarlo non è solo questione di retribuzione. Welfare aziendale, attenzione al clima organizzativo, formazione continua e sicurezza sul lavoro contribuiscono a far sentire gli operatori ascoltati e tutelati. Non sostituiscono un adeguamento salariale, ma fanno una differenza concreta nella vita di ogni giorno.

Non solo il Friuli

Il servizio di Tgr FVG racconta una realtà regionale, ma il quadro è condiviso da molte altre aree del Paese, Emilia-Romagna compresa. L’invecchiamento della popolazione, la crescita dei bisogni assistenziali e le difficoltà di reclutamento toccano tutti i territori. Per questo servono risposte condivise tra strutture, enti di formazione e servizi per il lavoro.

Questo sito fa uso di cookie, propri o di terze parti, per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra informativa sull’utilizzo dei cookie (Cookie Policy). Proseguendo alla navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi