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30 Giugno 2026
cura anziani non autosufficienza

Il 2 giugno celebriamo la nascita della Repubblica. Una data che richiama libertà, partecipazione, cittadinanza, diritti e responsabilità collettive.

È anche un’occasione per riflettere su una delle grandi questioni del nostro tempo: la cura.

La cura delle persone anziane, delle persone fragili e di chi vive una condizione di non autosufficienza non è solo una questione privata o familiare. È un tema pubblico. Riguarda la qualità della vita delle persone, la tenuta delle famiglie, l’organizzazione del lavoro, il welfare, la formazione e la capacità del Paese di rispondere ai cambiamenti demografici.

L’Italia è uno dei Paesi più anziani d’Europa. Secondo le previsioni demografiche ISTAT, entro il 2050 le persone con più di 65 anni potrebbero rappresentare circa un terzo della popolazione. È un dato che ci consegna una prospettiva molto chiara: nei prossimi anni la domanda di assistenza e di cura è destinata ad aumentare in modo significativo.

Già oggi molte famiglie si trovano ad affrontare bisogni complessi: genitori anziani da accompagnare, persone non autosufficienti da assistere, tempi di lavoro da conciliare con responsabilità familiari sempre più gravose. In molti casi, quando i servizi non bastano o non arrivano in modo sufficiente, sono le famiglie a organizzare direttamente la risposta, spesso ricorrendo al lavoro di assistenti familiari, colf e badanti.

È dentro questo quadro che va letto un dato particolarmente significativo: nel 2024, in Italia, più di 44.000 donne straniere con più di 65 anni lavoravano come badanti.

Secondo il Rapporto 2026 Family (Net) Work, e in particolare il paper “Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici stranieri nell’Italia che invecchia”, commissionato da Assindatcolf al Centro Studi e Ricerche IDOS, le badanti straniere over 65 sono passate dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024.

Non è solo un dato occupazionale. È un segnale sociale.

Racconta l’invecchiamento della popolazione italiana. Racconta la centralità del lavoro di cura svolto nelle case. Racconta il contributo fondamentale delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri nel nostro welfare quotidiano.

Racconta anche una fragilità: una parte crescente di chi assiste persone anziane è, a sua volta, in età avanzata, con percorsi contributivi spesso discontinui e con poche possibilità reali di interrompere l’attività lavorativa.

Assistere una persona non autosufficiente è un lavoro complesso. Richiede competenze relazionali, capacità organizzative, attenzione alla sicurezza, conoscenza delle pratiche di base dell’assistenza, equilibrio emotivo e responsabilità. È un lavoro che incide direttamente sulla dignità della persona assistita e sulla serenità della famiglia.

Per questo non può essere considerato solo un aiuto domestico o una soluzione emergenziale. Deve essere riconosciuto come parte integrante di un sistema di cura più ampio, in cui famiglie, servizi pubblici, terzo settore, enti di formazione, imprese sociali e istituzioni condividano responsabilità e strumenti.

Il tema riguarda anche il futuro del lavoro. Sempre secondo il Rapporto 2026 Family (Net) Work, nel 2029 in Italia serviranno circa 2,2 milioni di lavoratori domestici, tra colf e badanti. Il fabbisogno aggiuntivo stimato per il triennio 2027-2029 è di quasi 122.000 unità, pari a circa 40.500 lavoratori all’anno. Una quota rilevante di questo fabbisogno riguarderà lavoratrici e lavoratori stranieri.

Questi numeri pongono una domanda concreta: chi formerà queste persone? Con quali competenze? Con quali percorsi di ingresso, accompagnamento e qualificazione? Con quali tutele per chi lavora e con quali garanzie per chi riceve assistenza?

La risposta non può essere solo quantitativa

Non basta dire che serviranno più lavoratrici e più lavoratori. Serve costruire un sistema capace di preparare, orientare, qualificare e valorizzare chi entra nel settore della cura.

La formazione socio-sanitaria, in questo quadro, diventa una leva essenziale. Non solo per trasmettere tecniche e procedure, ma per costruire consapevolezza del ruolo, capacità relazionali, competenze linguistiche, conoscenza del contesto sociale e sanitario, attenzione alla sicurezza, capacità di lavorare in rete con famiglie e servizi.

Nel 2023 l’Italia ha approvato la Legge 33 sulla non autosufficienza, una riforma molto attesa, pensata per costruire un sistema più organico e integrato di assistenza alle persone anziane. È stato un passaggio importante. Ma perché una riforma produca effetti reali servono risorse, programmazione, servizi territoriali, personale qualificato e percorsi formativi adeguati.

Il punto è proprio questo: la cura non può essere lasciata solo alla capacità di adattamento delle famiglie. E non può reggersi soltanto sulla disponibilità individuale di chi, spesso in condizioni lavorative fragili, colma i vuoti del sistema.

Seneca Bologna, che opera da anni nella formazione in ambito socio-sanitario, ha questo tema al centro della propria missione. Formare persone che lavorano nella cura significa contribuire alla qualità del welfare. Significa sostenere le famiglie. Significa offrire opportunità professionali a chi cerca lavoro. Significa aiutare il sistema dei servizi a rispondere a bisogni sempre più complessi.

La cura è una delle grandi responsabilità democratiche del nostro tempo.

Lo è perché riguarda il diritto delle persone anziane a vivere con dignità. Lo è perché riguarda il diritto delle famiglie a non essere lasciate sole. Lo è perché riguarda la qualità del lavoro di chi assiste. Lo è perché interroga il modo in cui una comunità decide di prendersi cura delle proprie fragilità.

Il 2 giugno ci ricorda che la Repubblica non è soltanto un ordinamento istituzionale. È una comunità che si fonda sul lavoro, sulla solidarietà, sulla partecipazione e sulla pari dignità sociale.

Parlare di cura nel giorno della Festa della Repubblica significa riportare questi principi alla vita concreta delle persone.

Una democrazia matura si misura anche da come accompagna chi invecchia, da come sostiene le famiglie, da come riconosce il lavoro di cura e da come investe nelle competenze necessarie per rendere più umano e più solido il proprio welfare.

La cura non è un tema marginale. È un’infrastruttura sociale del Paese.

E investire nella cura, nella formazione e nella qualificazione di chi se ne occupa significa investire nella qualità della nostra democrazia.

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